Il rivenditore che diventa produttore
L'ho letto sul giornale e l'ho portato in aula il giorno dopo: un rivenditore con tre grandi negozi in provincia di Milano annunciava che avrebbe aperto le sue linee, prodotte da terzisti, riducendo lo spazio dei marchi che vendeva da anni. La distribuzione furba sta iniziando a fare così, e ha ragione.
- Il rivenditore è tra la padella e la brace: sopra i marchi che vendono diretti, sotto le grandi catene, in mezzo internet.
- La mossa: linee proprie fatte da terzisti, spazio tolto ai fornitori, contatto diretto col cliente prima e dopo la vendita.
- Per il rivenditore ha senso: perché comprare da un marchio che il cliente trova scontato cinquecento metri più in là?
- Per il produttore è l'avviso: il negozio da cui dipende può sostituirlo domani, e vale anche il contrario.
- La regola vale per tutti: comanda chi ha il cliente.
Cosa ha fatto il rivenditore
Tre punti vendita di grandi dimensioni, fascia media, in provincia di Milano. Il comunicato diceva, più o meno: «Abbiamo deciso di spingerci oltre il concetto di distributori, aprendo le nostre linee, che produciamo e presentiamo tramite terzisti. Questo approccio ci permette di concentrarci sulla qualità di prodotti realizzati per clienti con cui ci interfacciamo dal progetto al servizio post-vendita». Tradotto: riduce lo shop in shop dei marchi storici che vendeva, ne mette fuori qualcuno, e nei suoi negozi vende le cucine con il suo nome.
È la mossa giusta. E lo dico contro i miei interessi, perché sono coinvolto in determinate distribuzioni.
Perché ha ragione
Mettiti nei panni del rivenditore. Ha il negozio, ha i venditori, ha i montatori, ha il cliente che entra. Compra le cucine da un marchio noto e le espone. Il cliente le vede, prende la piantina, fa altri cinquecento metri e trova lo stesso marchio in un altro negozio, con più sconto. Oppure va su internet e trova il marchio che vende diretto. Che senso ha continuare a comprare da quel marchio? Meglio farsi la propria linea da un terzista, che oggi la fa bene e a meno, metterci il proprio nome, e tenere il cliente dal progetto al post-vendita.
Il rivenditore è tra la padella e la brace. Sopra ha i marchi che parlano direttamente al consumatore. Sotto ha le grandi catene. In mezzo, internet.
Ikea e le grandi catene hanno preso la fascia bassa. I marchi di fascia alta hanno aperto gli showroom monomarca e comunicano direttamente al cliente finale con la pubblicità. Internet disintermedia tutto il resto. A chi sta solo in mezzo, senza un prodotto proprio, resta il cliente che gira i negozi con la piantina per strappare uno sconto, e quello, con un po' di faccia tosta, che si fa dire chi produce e va direttamente in fabbrica.
Cosa significa per chi produce
Se sei un produttore e vendi alla distribuzione, il comunicato di quel rivenditore è un avviso: il negozio su cui hai costruito le vendite può sostituirti domani con una linea a suo nome, fatta da un terzista, magari da te. E vale anche il contrario: se un fornitore importante su cui il negozio ha costruito il punto vendita decide di andare diretto ai privati, è il negozio a essere fregato. In tutti e due i casi comanda chi ha il cliente, e chi ha solo il prodotto o solo la vetrina subisce le scelte dell'altro.
Cosa fare
Il produttore ha una strada: costruire il marchio e una distribuzione propria, almeno il primo showroom, e tenere i dati del cliente in casa. Da produttore a marchio, il moltiplicatore con cui il mercato lo valuta passa da 4 a 12. Il rivenditore ha la strada che quel comunicato descrive: prodotti a suo nome, cliente suo. Le due strade portano nello stesso posto, ed è il motivo per cui nel mio settore i marchi e i negozi si stanno assomigliando sempre di più. La distribuzione è il passaggio del metodo dove esplode il guadagno. È anche quello dove, se non ti muovi, lo perdi.
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